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Monte Musinè

 

Il Monte Musinè è una montagna delle Alpi Graie alta 1.150 m.

Si trova all’inizio della Val di Susa ed interessa i comuni di Caselette, Almese e Val della Torre.

Il Musinè è la montagna più orientale della lunga cresta spartiacque che separa il bacino della Dora Riparia da quello della Stura di Lanzo; la vetta principale presenta un’anticima settentrionale (il Truc dell’Eremita, 1101 m) ed è circondata da una serie di elevazioni satelliti: a est il rilievo a quota 535 sul quale sorge il santuario di Sant’Abaco, a ovest il Truc Randolera (666 m) e a nord-est il Monte Calvo (551 m). Il Musinè è separato dal vicino Monte Curt (1323 m) da una lunga costiera boscosa che ha il suo punto più basso nel Colle della Bassetta (945 m).

Il monte Musinè, che in dialetto piemontese significa “asinello”, è posizionato a 20 km da Torino, sulla strada che porta verso la Val di Susa, e lo si può considerare come il primo contrafforte alpino. Dalla forma vagamente piramidale, spoglio e inospitale nella parte superiore, sembra trovare gradimento soprattutto da parte delle vipere.

Visualizzazione ingrandita della mappa

Mappa Google

Leggende

Molte sono le leggende che aleggiano intorno al monte. La più famosa è quella secondo il quale Erode, il feroce re di Giudea, sarebbe stato condannato ad espiare i suoi crimini, sorvolando per l’eternità la tetra montagna rinchiuso in un carro di fuoco. E per questo non sono rare le notti in cui, lungo i pendii del Musinè, si accendono bagliori improvvisi. C’è chi dice che siano dei banalissimi lampi o fulmini globulari o fuochi fatui. Mentre gli appassionati di UFO hanno attribuito le luci ad astronavi extraterrestri che avrebbero impiantato addirittura una base segreta all’interno della montagna.

Ci sarebbe anche una “grotta incantata” intorno alla quale si aggirerebbero lupi mannari, spettri che svaniscono nel fumo, urlando come anime dannate, sabbia, fuochi “magici” e la presenza di un tesoro sepolto.

Gli studiosi Louis Charpentier e Mario Salomone vedono queste leggende come deformazioni di avvenimenti reali che rivelerebbero le tracce di un’antichissima civiltà il cui nome e la cui cultura si sono persi nella notte dei tempi e che riecheggia motivi propri di molte civiltà del globo.

Secondo un’antica tradizione, ancora viva oggi, la “grotta incantata” sul monte Musinè è costantemente sorvegliata da un drago d’oro. Si narra che un giovane di nome Gualtiero sarebbe riuscito a penetrare nella grotta che, peraltro, era abitata da un mago. Quest’ultimo, vistosi scoperto, sarebbe poi fuggito su un carro di fuoco, facendo ritorno al suo rifugio, di tanto in tanto, per operare qualche incantesimo o magia, giusto per non perdere l’abitudine. Gli abitanti delle località vicine identificano l’astronave “ante litteram” con i globi di fuoco.

Ma il drago e il “carro di fuoco” o, come lo indicano altri, la “sfera infuocata”, sono motivi presenti non solo nelle leggende ed in vecchie fiabe raccontate dagli anziani soprattutto per spaventare i bambini, ma anche nella cultura di altre civiltà. Nella mitologia cinese, ad esempio, si incontrano draghi avvampati di fuoco, oppure in alcune civiltà asiatiche, americane ed africane è il serpente a prendere il posto del drago: alato, piumato o stilizzato, rigido o a volute, simboleggia sempre l’infinito e spesso il volo. Molte volte appare accanto al segno solare. Ciò lo si vede anche sul Musinè dove è inciso vicino ad un sole e sotto una serie di piccole sculture che sembrerebbero un ammasso stellare. Inoltre, a poca distanza del monte, nei pressi di Caprie in Val di Susa, una lama di pietra guarda uno strapiombo di 150 metri, sovrastata da segni solari. La roccia parrebbe proprio un serpente rozzamente scolpito, simile a quello Algajiola in Corsica o in certe altre silitizzazioni dell’arte Maya.

E in tutto questo, qualcuno ha notato anche fuochi verdastri fosforescenti che hanno notevolmente acceso la fantasia di molti.

In realtà, però, potrebbe trattarsi di sostanze di animali in decomposizione o, dell’accensione spontanea di resine sia vegetali che animali all’interno di incisioni molto particolari a forma di coppa chiamate appunto coppelle.

E allora ci si chiede: perché le antiche popolazioni abitanti quei luoghi avrebbero dovuto accendere o avrebbero permesso l’accensione di fuochi spontanei nella notte, in piccole buche, le coppelle appunto, faticosamente scavate nella roccia? Molto probabilmente, per imitare il cielo e le stelle. Infatti, le coppelle sparse sulla roccia indicano un’intera mappa celeste. Qui è presente tutto l’emisfero boreale, dalla Croce del Nord, o Costellazione del Cigno, alle due Orse, da Boote a Cassiopea, dalle Saette al Triangolo, dalla Colomba alla Cintura di Orione, alle enigmatiche Pleiadi.

Ecco le motivazioni per le quali viene annoverato fra i luoghi misteriosi e come ad esse rispondono la scienza e l’archeologia ufficiali:

1) Da sempre circolano voci di lupi mannari, di immagini spettrali che vagano nella penombra, di strani animali. Vi sarebbe una grotta maledetta nella quale, ogni 1° maggio, si darebbero appuntamento streghe, maghi, e licantropi per inneggiare alle forze del male. Secondo alcuni scritti del ‘600 e ‘700 la vallata fu spesso percorsa da “musiche demoniache”, accompagnate da urla angosciose cariche di dolore. Una antica leggenda vuole che il re Erode fosse esiliato su questa montagna, come punizione per la strage degli innocenti.

2) Secondo alcuni storici fu proprio in questa zona che in cielo apparvero a Costantino la croce fiammeggiante e la scritta “In Hoc Signo Vinces”, segni che convinsero l’imperatore a convertirsi al Cristianesimo. I cosiddetti “Campi Taurinati”, di cui parlano le cronache dell’epoca, sembrerebbero coincidere con la zona pianeggiante di Grugliasco e Rivoli che separa Torino dal massiccio del Musinè.

3) Stando a quanto dichiarato da molti esoteristi il luogo sarebbe un gigantesco catalizzatore di energie benefiche. Non dimentichiamoci che si troverebbe su una linea “ortogonica” (una di quelle che circondano la Terra come una ragnatela e che indicano zone di particolare concentrazione di energia) che, entrando dalla Francia, attraversa tutta la nostra penisola. Secondo altri sarebbe addirittura una sorta di “finestra” aperta su un’altra dimensione.

4) Il sito amplificherebbe, nel momento in cui vi si sosta, le facoltà extrasensoriali che ognuno di noi avrebbe, ma che solo in particolari circostanze risultano evidenti. Gli stessi rabdomanti hanno dichiarato che in prossimità del monte bacchette e pendolini si muoverebbero in modo molto più accentuato del normale.

5) Da sempre la zona è teatro di apparizioni di misteriosi bagliori azzurri, verdastri e fluorescenti. Esse hanno fatto la loro comparsa fin dal lontano 966 d.c. All’epoca il vescovo Amicone si trovava in Val Susa per consacrare la chiesa di San Michele sul monte Pirchiano, di fronte al Musinè. Durante la notte, in attesa dell’arrivo dell’alto prelato, i valligiani assistettero ad uno spettacolo affascinante ma pauroso al contempo: il cielo fu percorso da travi e globi di fuoco che illuminarono la chiesa come se fosse scoppiato un incendio. Altre storie parlano di carri di fuoco che spesso sorvolavano la vetta.

6) Ai giorni nostri frequenti sono gli avvistamenti notturni e diurni di oggetti volanti non identificati.

7) Il monte, essendo un antico vulcano spento da millenni, è ricco di gallerie e passaggi irregolari scavati dallo scorrere dell’antico magma, in gran parte però inesplorati.

8) Ai piedi del Musinè esiste un “cono d’ombra” cioè una zona di interferenza che oscura qualsiasi trasmissione radio. Anche gli aerei privati che si trovano a sorvolare il luogo vengono disturbati nelle loro trasmissioni radio. Questi problemi cessano nel momento in cui ci si allontana dalla montagna.

9) Appare strana la distribuzione della vegetazione, particolarmente ricca ai piedi del monte, ma che poi si dirada in modo quasi repentino col crescere dell’altitudine. La Forestale ha inutilmente speso ingenti capitali per rimboscare la zona, nella quale le giovani piante sembrano morire una dopo l’altra. La credenza popolare spiega il mistero con la processione continua di anime dannate che salgono e scendono il monte senza sosta. Secondo una credenza un po’ più moderna sarebbero le emanazioni radioattive di una base segreta a produrre tale sterilità.

10) Le pendici sono ricche di d’incisioni rupestri e di grandi pietre disposte in modo forse rituale, testimonianze di un passato ancora ben da decifrare. In un masso è raffigurata addirittura una giraffa africana, ma questi animali non vivevano in Piemonte, nemmeno nel neolitico.

11) Il Musinè è sede anche di uno stranissimo obelisco che acquistò fama mondiale grazie ad un libro di Peter Kolosimo intitolato “Astronavi sulla preistoria”. Sulla superficie compaiono alcune croci che rappresentano probabilmente cinque persone, un cerchio in alto a sinistra con un punto al centro e due semicerchi tagliati nella parte inferiore che assomigliano in modo clamoroso ai moderni dischi volanti. Secondo lo scrittore sarebbe una sorta di rappresentazione delle evoluzioni di macchine aeree che furono viste in cielo dai nostri antichi progenitori.

12) Fra il 1973 e il 1978, anno in cui fu portata via, qualcuno collocò sulle pendici del monte una targa metallica inneggiante alla “fraternità universale fra tutti i popoli”. Il testo parla di “punti elettrodinamici”, di “entità astrali” ed indica dieci grandi personaggi del passato, da Cristo a Martin Luther King, indicandoli come esempi da seguire. Il 7 ottobre del 1984 un gruppo di esoteristi ne ha fatto un’altra copia e l’ha ricollocata al suo posto. Questa nuova versione è in alluminio anodizzato ed è stata cementata alla base della grande croce che spicca sulla montagna.

La scienza e l’archeologia cosa rispondono a queste affermazioni? Innanzitutto le luci nel cielo sono fulmini globulari (fenomeno comunque piuttosto raro) o fulmini tradizionali, attratti dagli spessi strati sottostanti, tutti permeati di magnetite (si sono però manifestate anche in assenza di temporali). Non esiste una manifestazione a carattere ufologico maggiore che in altre zone d’Italia (è comunque presente ed è poi difficile fare delle statistiche attendibili in questo campo perché le variabili sono molte, dalla disponibilità delle persone a parlarne alla qualità dell’indagine svolta da chi indaga sul fenomeno). La luminosità sulle pendici del monte è dovuta alla presenza di “fuochi fatui”, come conseguenza di gas che ancora fuoriesce dall’interno della montagna (ancora dopo millenni? Senza considerare che i “fuochi fatui” sono prodotti da materiale in decomposizione). La presenza di un ambiente così ostile nella parte superiore del monte deriva dalla mancanza di fonti d’acqua nel sottosuolo (ma perché la diversificazione è così marcata? E perché questa insistenza, quasi irrazionale, delle autorità nel cercare di rimboschire la zona ?). L’obelisco o è un falso degli anni ’70, secondo alcuni (ma le prove?), oppure è una rappresentazione dell’alba e del tramonto con gli uomini in adorazione (mentre considerare come un immagine del sole il cerchio puntato al suo interno può essere corretto perché comune a molte civiltà preistoriche, vedere nei due semicerchi una sua raffigurazione nelle fasi di inizio e fine giornata è pura speculazione).

A questo ambiente così ricco di storia nel 1976 la giornalista torinese Giuditta Ansante Dembech dedicò uno studio archeologico cui diede il suggestivo titolo di “Musiné magico”.

Nelle oltre 130 pagine che lo componevano ella raccolse dati storico-archeologici, leggende e fotografie di quella che nel giro di due anni divenne, agli occhi dei piemontesi, la “montagna incantata”. Come avvenne questa singolare “elezione” del Musiné a “punto Radiante” paragonabile a quelli presenti sull’Isola di Pasqua, nel Tibet e sulle Ande?Le leggende che nacquero dalle popolazioni vissute per secoli a ridosso del Musiné non sono dissimili da quelle di qualunque altro villaggio di montagna: tutte parlano di entità malefiche, streghe, demoni, lupi mannari, la più originale di un carro volante guidato da Erode che scorrazza di qua e di là ogni notte …

Il compendio che ne fece Giuditta Dembech sul suo “Musiné magico” ha un indubbio valore storico, ed è certamente un lodevole esempio di studio sulle più antiche tradizioni piemontesi. E’ vero, qua e là vi si ritrovano concessioni alla parapsicologia e alle tesi ufologiche, ma la maggior parte di queste vengono subito attenuate da considerazioni dal taglio più scettico. Alcune, però, destano non poche perplessità: Croiset e Gustavo Rol vengono presentati come straordinari sensitivi, mentre si afferma che la Val di Susa si troverebbe su misteriose rotte “ortogoniche”.

Nonostante la gran mole di leggende presentate, al lettore vengono forniti strumenti per capire meglio quale realtà potrebbe nascondersi dietro a ciò che viene raccontato a voce.Se nelle antiche leggende il monte Musiné è stato a lungo centro di visite da parte di carri di fuoco volanti, oggi le strane “luci nel cielo” sono attribuite dagli ufologi ad improbabili visitatori alieni, che sarebbero addirittura discesi nelle viscere della montagna per effettuare strani esperimenti.

Ma è la stessa Dembech a segnalarne la più probabile provenienza “naturale”: si tratterebbe di fulmini globulari o fulmini tradizionali, attratti dagli spessi strati sottostanti, tutti permeati di magnetite. Gli stessi reperti che gli ufologi hanno raccolto come testimonianze del passaggio di astronavi misteriose (campioni di terra bruciata dall’atterraggio, pietre “particolari”) vengono riconosciute dai contadini locali come terriccio sul quale si è abbattuto un fulmine e “pere dal tron”, che in dialetto locale significa “pietre del tuono”.

Gli incendi, attribuiti alle attività degli extraterrestri in questione, sono da attribuirsi più all’ambiente secco del monte, sul quale non ci sono sorgenti d’acqua e la vegetazione si riduce a piccoli arbusti (anche a causa della paurosa siccità estiva).

Né le voci intorno a misteriosi cunicoli che traforerebbero il monte potrebbero efficacemente essere addotti a prova di “presenze” dalla provenienza sconosciuta: in passato il Musiné era un vulcano, ed è fatto comune che l’enorme calore delle sue viscere imprima una fortissima pressione al magma incandescente scavando passaggi irregolari sotterranei. Se, poi, non si è completamente esaurita la riserva di gas naturale nel monte, diventa perfettamente spiegabile la comparsa di occasionali fuochi fatui (dovuti forse anche al gas emesso da materiale in decomposizione).Se, dunque, tutto ciò che circonda il Musiné ha un’origine naturale e perfettamente spiegabile dalla geologia, dalla storia e dalla fisica, come si spiega l’assunzione da parte del monte della fama di “montagna misteriosa”? Ciò che diede il via a questa interpretazione “alternativa” fu un capitolo di “Torino città magica”, il libro che pubblicò la stessa Giuditta Dembech due anni dopo il suo studio sul Musiné.Non è chiaro il motivo per cui una giornalista che aveva dedicato il suo saggio archeologico “a noi, adulti razionali e positivisti” abbia provato il desiderio di convertirsi in questo suo secondo lavoro alle teorie esoteriche più bizzarre, accusando gli scienziati di ottusità e citando Lavoisiere quale elemento di punta di quella che lei chiama “stupidità scientifica”.

Basta, infatti, leggere le quindici pagine del capitolo “Il Musiné” per intuire che qualcosa nello stile della Dembech è cambiato: il primo paragrafo si intitola suggestivamente “Un monte di mistero” e qui il monte è esplicitamente definito come “punto magico”. “Qualcosa di insolito e misterioso” trasparirebbe dal suo aspetto: una descrizione molto adatta all’interno di un romanzo, ma alquanto strana per quello che vorrebbe essere un saggio rigoroso e documentato. E quali sarebbero le caratteristiche che renderebbero così “misterioso” il monte?

Secondo la Dembech, la Forestale avrebbe inutilmente speso ingenti capitali per rimboschire la zona, nella quale “per un motivo che nessuno riesce a spiegare, le giovani piante muoiono una dopo l’altra”. Nessun riferimento, però, a quanto da lei stessa affermato due anni prima intorno all’assenza di sorgenti d’acqua e alla naturale siccità della montagna. Al contrario, viene portata come spiegazione possibile la presenza di una base segreta (“da cui dischi volanti prenderebbero il largo per orizzonti sconosciuti”) causa di emanazioni radioattive che produrrebbero sterilità.

La giornalista non prende affatto le distanze dalle leggende riguardanti “entità malefiche e anime dannate”; le accosta, anzi, alle “più moderne e sofisticate” riguardanti le già citate invasioni aliene. E invece di riproporre le spiegazioni del fenomeno in termini di fulmini e gas naturali, riporta l’opinione di un occultista molto noto (di cui non fa il nome) secondo il quale il monte sarebbe un punto magico d’eccezione, sul quale “le capacità medianiche, possedute da ciascuno di noi” verrebbero “potenziate, amplificate al massimo”.

Se su “Musiné magico” la Dembech affermava che “le leggende moderne ci presentano una versione poco probabile e decisamente romanzesca”, che “molti anni spesi in ricerche archeologiche hanno permesso di sorridere di tutto questo, con vivo rammarico di coloro ai quali non sarebbe dispiaciuta una esperienza fuori del comune”, e addirittura che “non si è mai recepita una sia pur minima traccia di un incredibile atterraggio o di un passaggio eccezionale”, il tono utilizzato in “Torino città magica” è molto diverso; qui la giornalista scrive, con un’accentuata sensibilità cromatica, che “bisogna ammettere che i misteriosi bagliori azzurri, verdastri, fluorescenti li hanno visti in molti. Anche persone assolutamente razionali e degne di credito”.

Il Musiné è tra l’altro sede di un particolare obelisco che acquistò fama mondiale grazie ad un libro di Peter Kolosimo intitolato “Astronavi sulla preistoria”. Sulla sua superficie compaiono alcune croci raffiguranti probabilmente cinque persone, un cerchio in alto a sinistra con un punto al centro e due semicerchi tagliati nella parte inferiore. è perfettamente normale che agli occhi di uomini d’oggi i due semicerchi possano sembrare dischi volanti, ma trarne le conclusioni di Kolosimo sembra andare un po’ oltre quello che dovrebbe essere il dominio di un archeologo. Egli sostenne, infatti, che si trattava della descrizione di un terrificante attacco spaziale.

Giuditta Dembech non si lascia sfuggire questo affascinante obelisco, ma è interessante analizzare come è cambiato in due anni il suo approccio all’argomento da “Musiné magico” al successivo “Torino città magica”.

Nel primo dà una sommaria descrizione delle teorie di Kolosimo, concludendo ironicamente: “Sembra l’epilogo di un romanzo di Urania che avevo letto da bambina” e aggiungendo: “purtroppo, e dico purtroppo perché preferirei credere che ci fossero davvero i “popoli delle stelle” pronti a tirarci fuori dai guai, siamo costretti a smentire queste fantascientifiche utopie.”

Sembra che con il passare degli anni questo il desiderio di credere sia prevalso sulla giornalista torinese, perché la stessa descrizione su “Torino città magica” si conclude con l’ambigua “sembrerebbe veramente la cronaca di un passaggio insolito nel cielo e, soprattutto, non esisteva nessun altro sistema per tramandare un avvenimento del genere se non come è stato graffito”.

Per trovare una spiegazione più razionale basta attingere proprio al primo dei due lavori della Dembech: il cerchio con il punto centrale rappresenterebbe il sole allo zenit (si tratta di una raffigurazione comune a molte civiltà preistoriche), mentre i due semicerchi rappresenterebbero l’alba e il tramonto. Gli uomini raffigurati sarebbero in posizione di adorazione di fronte al sole, e l’uomo rappresentato orizzontalmente potrebbe essere la vittima di un sacrificio rituale (studi successivi hanno confermato l’esistenza di simili forme di religiosità nella zona).

A questa spiegazione, la giornalista non dedica che cinque righe su “Torino città magica”, concludendo fortunatamente con le parole: “E forse è proprio così”. Subito dopo, però, vengono riportate altre testimonianze di avvistamenti, concluse con una frase che sembra alludere a numerosissimi altri eventi simili: “le cronache ufologiche sono zeppe di avvenimenti del genere”.

Il paragrafo successivo è dedicato ad una strana targa metallica inneggiante ad una “fraternità universale tra tutti i popoli” che qualcuno avrebbe collocato sulla vetta del Musiné in un periodo imprecisato tra il 1973 e il 1978, anno in fu portata via. Il testo parla di “punti elettrodinamici”, di “astrali entità” ed elenca dieci grandi personaggi del passato, da Cristo a Martin Luther King, indicandoli come esempi da seguire. La Dembech sostiene di aver ricevuto una lunga e dettagliata lettera misteriosamente firmata “Echnaton” che spiegherebbe il significato della targa; il testo della spiegazione è sibillino quanto quello della targa, né è di maggior aiuto la citazione dell’alchimista Bardato Bardati, per cui essa conterrebbe “un significato alchemico importantissimo, ma il discorso è strettamente riservato agli iniziati”. Guarda caso …

Le altre testimonianze al riguardo sono della stessa levatura: contattisti che vedono nella montagna tracce di una Nazca in miniatura, detective che vi riconoscono una “finestra aperta su un’altra dimensione” (e la Dembech porta a sostegno di questa teoria un maremoto che colpì Pescara nel giugno del 1978).

Nel paragrafo “Sempre più mistero” viene riportata, tra le altre, l’affermazione di una studentessa di scienze naturali che ha riscontrato come la flora del monte sia simile a quella dell’isola di Pantelleria, “che si trova agli antipodi del Musiné”. Cosa ci sia di strano in questo fatto lo sa solo la Dembech. Non si capisce, invece, come il monte possa trovarsi agli antipodi dell’isola di Pantelleria.

Ancora, la giornalista presenta come insolita una fotografia nella quale l’immagine dei componenti del gruppo si riflette su un banco di nebbia creando una sorta di “doppio” di ciascuno.La Dembech sostiene che il fenomeno sia spiegabile in termini di energia bioplasmica (o aura vitale), e cita la camera Kirlian. E’ qui che inserisce la sua accusa “agli spocchiosi personaggi che vegetano nei laboratori scientifici, dal Politecnico in poi”.

L’ultimo paragrafo cita una fotografia che la giornalista ottenne per caso quando, nel tentativo di azionare l’autoscatto, la macchina le cadde per terra fotografando, così, il sole. Il perito fotografico Luciano Caivano, amico della Dembech, analizzò la “cosa” che si impresse sulla pellicola e concluse che si trattava della testimonianza di una presenza aliena. Il contattista Alberto Frisoni confermò la teoria del fotografo, sostenendo che la macchia sfocata color arancio brillante è stata la manifestazione di una forma di vita extraterrestre che si sarebbe messa in contatto con lei per dimostrarle “non solo che esistono, ma che possono fare molte cose…”. Il paragrafo in questione si intitola “Un UFO invisibile …”. Se fosse ancora vivo, probabilmente Carl Sagan chiederebbe alla Dembech “qual è la differenza fra un UFO invisibile e un UFO inesistente”. Il grande successo che ottenne sull’opinione pubblica torinese il volume Torino Città Magica indusse la Dembech ad approfondire il discorso sulla montagna della Val Susa in un libro che intitolò semplicemente Musiné. E’ il 1996. Sono trascorsi vent’anni dalla sua dedica agli “adulti razionali e positivisti”. Questa volta destinatari dell’opera sarebbero “l”Età dell”Acquario” e “l”Uomo Nuovo che è già in ciascuno di noi”. Oltre a riprendere uno per uno tutti i misteri che avvolgerebbero il Musiné, la Dembech ci svela il mistero finale: la ragione della sua “conversione” a seguace della New Age. Nel corso del libro Musiné magico “ero legata ad un gruppo di ricerca archeologica […] Praticamente mi tenevano d’occhio pagina per pagina mentre scrivevo, per evitare che potessi infilare ipotesi assurde in quel testo che doveva essere il più attendibile possibile”. Nella nuova edizione “a questo materiale, validissimo dal punto di vista della ricerca preistorica, ne ho aggiunto dell”altro, meno scientifico, ma indubbiamente più affascinante”.Non ci sembra irrispettoso concludere con le parole usate dalla giornalista per bollare quelle stesse teorie che avrebbe abbracciato qualche anno dopo essersi così espressa: “Proprio niente di tutto questo va preso in considerazione se si vuol fare uno studio veramente serio”.

Se lo diceva lei …

(© 2000 Mariano Tomatis)

Menhir / Obelisco

Comune di Caselette (TO), località Musiné, quota 520 m. Indiritto, zona arida, rimboschimento. Vicino a sentiero. Masso eretto dominante, 60 x 135 cm, superficie granulata e piana, inclinazione 60 gradi. Incisioni: 3 coppelline, 5 antropomorfi, cerchio ombelicato, 2 semicerchi.

Coordinate geografiche punto (in fase di elaborazione)

Coppelle

Comune di Caselette (TO), località Musiné, quota 450 m. Indiritto, sperone roccioso dominante, zona arida, rimboschimento forestale. Affioramento roccioso a blocchi stabile e dominante di 450 x 380 cm, superficie granulata e irregolare, inclinazione 0 – 30b gradi. Lherzolite – harzburgite. Incisioni: 55 coppelle levigate, 1 croce, canaletto.

Degne di menzione sono anche le coppelle, scoperte anni orsono dall’archeologo Mario Salomone tra le quote variabili tra i 400 e i 900 metri del monte. Per scoprirle e viaggiare indietro nel tempo basta inerpicarsi sul ripido sentiero che parte dietro il centro sportivo della frazione di Caselette proprio alle pendici del monte. Il percorso porta a un grande pianoro che si apre in località Torre della Vigna. Lì accanto, incisa su un masso, si può scorgere una serie di coppelle (incisione a forma di coppa, scavate nella roccia) che formano una croce. Altre forme e incisioni sono sparse nei dintorni: basta cercare e, a un occhio attento, le coppelle formano indiscutibilmente le figure geometriche di numerose costellazioni visibili chiaramente nel cielo boreale. L’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore sono palesi, nondimeno le famose Pleiadi, il Cigno (o Croce del Nord), il Triangolo, la Colomba e l’imponente Orione con la sua cintura. Un planetario ultrasecolare, vergato e lavorato nella roccia del Musinè, testimonianza di quanto nel passato le locali popolazioni tenessero in considerazione la volta celeste, da cui forse traevano forza e speranza o, più semplicemente, vi leggevano i giusti momenti della semina e del raccolto. O forse speravano in qualcosa o qualcuno. Gli Dei o gli Antichi Astronauti o un segnale che li rappresentava entrambi? Difficile dirlo. Poche certezze e molte ricerche da compiere ancora. Peccato, la pietra non parla. Ma, vagando tra le valli locali è possibile (dopo aver convinto gli anziani e saggi abitanti a parlare), apprendere leggende e storie, da riempiere un’enciclopedia. Una, in particolare, riveste aurea poetica e magica a un tempo e tira in ballo il delicato ed enigmatico popolo delle fate. Le coppelle, secondo gli anziani, sarebbero delle antiche coppe dalle quali le fate sorseggiavano bevande magiche o il nettare dei fiori. E ancora: queste concavità sarebbero state persino scolpite da San Francesco per poter fare abbeverare i piccoli animali dei boschi.

Le “coppelle” formano le figure astronomiche delle costellazioni dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore.

Le “coppelle” formano, nella foto sopra, la costellazione della Lyra e, nella foto sotto, la costellazione del Cigno.

http://valdisusa.blogspot.com/2008/11/monte-musin_22.html

Grandi misteri del Munisè

L’8 marzo 1996 un oggetto luminoso veniva osservato per oltre un quarto d’ora da due escursionisti mentre scendevano dal Monte Musinè, in Val di Susa, nelle vicinanze di Torino. Secondo il racconto dei due testimoni, l’oggetto aveva una forma simile ad un cilindro dai riflessi giallo-verdi con le estremità arrotondate e sembrava sostenersi, oscillando leggermente, su un cuscino di luce bianco-gialla. Alle due estremità dell”oggetto c”erano due grosse calotte trasparenti attraverso le quali si intravedevano muoversi delle sagome apparentemente umanoidi …

Bibliografia

http://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Musin%C3%A8

http://www.cerchinelgrano.info/monte_musine.htm

http://www.rupestre.net/archiv/ar7.htm

http://www.rupestre.net/archiv/ar8.htm

http://www.edicolaweb.net/st000856.htm

http://www.centrostudifortiani.it/musine.htm

http://www.spazioufo.com/monte_musin%C3%A8.asp

http://guide.dada.net/tarocchi_/interventi/2003/02/130264.shtml

http://www.webscuola.net/musine/dida1rilievo.htm

http://mysterium.blogosfere.it/2007/10/di-sciare-non-e-ancora.html

http://www.merlino.org/eupm-010.htm

5 comments to Monte Musinè

  • [...] il post sul Monte Musinè ed in particolare sulle informazioni per andare a vedere dal vivo le [...]

  • [...] Le coppelle del Monte Musinè | Valle di Susa su Monte Musinè [...]

  • Giuditta Dembech

    La foto del menhir del Musinè è assolutamente falsa, taroccata da qualcuno che conosce fotoshop ma non l’ubicazione del reperto.
    Nella collocazione ogiginale, Il menhir si trova su un dirupo, e sotto si vede perfettamente il fondovalle… Nella foto qui pubblicata, c’è un bosco come sfondo. niente di più sbagliato! Succede così quando non si alza l’emerito sedere dalla scrivania e si pontifica sfogliando scartoffie…

    • Valsusino

      Quando ho realizzato il post sulle coppelle, sono andato anche alla ricerca del Menhir, ma non purtroppo l’ho trovato a causa dell’erba alta e di una presenza di massi molto alta.
      Sarebbe molto gentile da parte tua, per arricchire il bel commento lasciato, farmi avere una foto reale del menhir così da correggere l’errore.
      Grazie

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